
Cosa sono i numeri, cos'è il poliedrico ed oscuro mondo delle scienze matematiche se non un tentativo del genere umano di sollevarsi dalla sua meschina condizione di finitudine per poter raggiungere l'imponderabile, il trascendente, l'assoluto? L'intricata matassa dei valori dell'ingegneria, i giochi tridimensionali delle forme geometriche, l'indecifrabile (per i comuni "mortali") sviluppo delle commutazioni di numeri, la ferrea volontà di ridurre la vita ad una serie calcolabile di matrici algebriche, cosa è tutto questo se non l'estremo sforzo dell'uomo di ridurre qualsiasi aspetto della propria esistenza ad un qualcosa che possa essere capito, decodificato, metabolizzato?
Ma la vita è davvero riconducibile al numero, alla sicura, anche se molte volte estremamente complessa, trama delle "scienze esatte", tanto da sentirsi al riparo, quasi intoccabili, dinanzi alla minaccia che viene dall'ignoto?
Purtroppo no.
L'uomo, con tutte le sue contraddizioni, con le sue esasperazioni psicologiche ed i suoi paradossi, resta pur sempre impotente dinanzi al destino che lo muove senza alcun disegno preordinato razionalmente e lo lascia, privo di risorse, in balìa degli eventi, come fosse preda di un uragano che lo travolge sino a divorarlo senza pietà.
E’ questa la premessa psicologica dalla quale trae origine il film “The Cube, Il Cubo”, che, con estrema maestria, riesce a riprodurre l’intero sviluppo delle vicissitudini umane all’interno del suo sobrio ed assai semplice contesto scenografico: un cubo. Ed è attorno a questo cubo che ruota la tragica storia dei protagonisti, persone comuni, prese a caso fra tante altre, all’apparenza senza alcun valido motivo, e gettate con freddezza all’interno di una macchina di morte, costruita non si sa da chi e perché e neanche quando, ma nella quale occorre necessariamente che qualcuno vi sia introdotto, perché così vuole il destino e così deve essere. Chi è l’autore di questa barbarie, di questa scatola dell’orrore? Il Governo? Gli extraterrestri? Una folle mente isolata? Dio?
Nessuno lo sa né può immaginarlo, perché i personaggi che sono coinvolti al suo interno sono semplici strumenti, mere pedine di un labirinto claustrofobico ed irto di insidiosi trabocchetti, tutti rivolti alla distruzione di coloro che, malcapitatamente, vi si imbattono. Il cubo, infatti, ha al proprio interno piccole stanze anch’esse a forma di cubo, che devono essere attraversate dai protagonisti alla disperata ricerca della via d’uscita. Ma molte stanze nascondono trappole infernali: dal gas che brucia la pelle sino a corroderla, sino ai rilevatori acustici che, se attivati, fanno scendere sulla vittima un getto di fili metallici acuminati, pronti a fare a pezzi ogni cosa che incontrano. E a questo punto entra in gioco la matematica, con le serie di numeri impressi sulle targhe metalliche presenti in ogni stanza. Cosa significano? Sono forse un messaggio cifrato per poter risolvere il labirinto?
Ma la vita è davvero riconducibile al numero, alla sicura, anche se molte volte estremamente complessa, trama delle "scienze esatte", tanto da sentirsi al riparo, quasi intoccabili, dinanzi alla minaccia che viene dall'ignoto?
Purtroppo no.
L'uomo, con tutte le sue contraddizioni, con le sue esasperazioni psicologiche ed i suoi paradossi, resta pur sempre impotente dinanzi al destino che lo muove senza alcun disegno preordinato razionalmente e lo lascia, privo di risorse, in balìa degli eventi, come fosse preda di un uragano che lo travolge sino a divorarlo senza pietà.
E’ questa la premessa psicologica dalla quale trae origine il film “The Cube, Il Cubo”, che, con estrema maestria, riesce a riprodurre l’intero sviluppo delle vicissitudini umane all’interno del suo sobrio ed assai semplice contesto scenografico: un cubo. Ed è attorno a questo cubo che ruota la tragica storia dei protagonisti, persone comuni, prese a caso fra tante altre, all’apparenza senza alcun valido motivo, e gettate con freddezza all’interno di una macchina di morte, costruita non si sa da chi e perché e neanche quando, ma nella quale occorre necessariamente che qualcuno vi sia introdotto, perché così vuole il destino e così deve essere. Chi è l’autore di questa barbarie, di questa scatola dell’orrore? Il Governo? Gli extraterrestri? Una folle mente isolata? Dio?
Nessuno lo sa né può immaginarlo, perché i personaggi che sono coinvolti al suo interno sono semplici strumenti, mere pedine di un labirinto claustrofobico ed irto di insidiosi trabocchetti, tutti rivolti alla distruzione di coloro che, malcapitatamente, vi si imbattono. Il cubo, infatti, ha al proprio interno piccole stanze anch’esse a forma di cubo, che devono essere attraversate dai protagonisti alla disperata ricerca della via d’uscita. Ma molte stanze nascondono trappole infernali: dal gas che brucia la pelle sino a corroderla, sino ai rilevatori acustici che, se attivati, fanno scendere sulla vittima un getto di fili metallici acuminati, pronti a fare a pezzi ogni cosa che incontrano. E a questo punto entra in gioco la matematica, con le serie di numeri impressi sulle targhe metalliche presenti in ogni stanza. Cosa significano? Sono forse un messaggio cifrato per poter risolvere il labirinto?
.... attenzione .... da qui in poi .... SPOILER!!!! ....
Levin, una ragazza timida ma dolcissima, studentessa d’ingegneria assai intelligente, dopo un primo momento di sconforto e terrore, comprende che la chiave risiede proprio in quelle serie di numeri, disposte all’imbocco di ciascuna stanza, in prossimità dell’ermetico portellone d’apertura, quasi a voler indicare se, all’interno della stanza successiva, vi sia o meno una trappola. Ma quel gioco matematico non è affatto semplice: occorre calcolare un’infinito articolarsi di combinazioni di numeri e, per un normale cervello umano, ciò è praticamente impossibile.
A dare subito conforto a Levin è Holloway, una donna sui quarant’anni, psicologa, dalla grande forza di volontà e di sinceri principi morali. Holloway sarà poi costretta a dare aiuto a Kazaan, un giovane autistico privo di difese, impotente più di tutti dinanzi alla silenziosa e gelida maestà del cubo (altra grande trovata del regista è quella di non inserire alcuna colonna sonora, se non un fastidioso e martellante commento acustico che fa da sottofondo alle angosciose battute dei personaggi).
Holloway, però, troverà presto la morte e non a causa di una trappola, ma per colpa di Quentin, che, dopo averla fatta sporgere dall’involucro del cubo, le lascia brutalmente la mano, facendola schiantare nel vuoto. Ed è proprio quel Quentin che all’inizio sembrava essere l’eroe designato, il salvatore della patria, lui che è un coraggioso e forte poliziotto. In realtà, quest’uomo si rivela essere un cinico egoista, spavaldo, sfrontato, squallido, ma forse ancor più debole dinanzi ai misteri irresolubili che gli pone il cubo. Egli è un uomo meschino, tronfio, portato a comandare su tutto e tutti, incapace di risolvere le situazioni senza l’uso indiscriminato della forza.
A fare da contrappeso all’ingombrante figura di Quentin è Worth, un uomo taciturno, scontroso, smagrito e privo di vitalità. Lui è un architetto e ben presto si scopre che gli era stato commissionato il progetto per la costruzione dell’involucro esterno del cubo. Per questo viene subito aggredito, quasi brutalizzato, ma alla fine sarà evidente che anche lui non è altro che vittima, come lo sono tutti gli altri. E Worth, pur inconsapevole artefice di una parte del terribile progetto, proprio non ha idea su come fuggire dal labirinto, non essendosi fatto domande quando lavorava sui disegni, né avendo cercato una spiegazione plausibile per quella strana costruzione. D’altronde, Worth è un uomo solo, un inetto che ha passato tutta la vita senza darle un valido significato, senza inseguire alcuna mèta, alcun ideale, alcun sogno. Perciò risulta essere un personaggio inutile, quasi un fagotto ingombrante per il resto del gruppo, probabilmente ancor più del povero handicappato Kazaan.
Ultimo della triste compagnia è “Scricciolo”, un detenuto abile nelle evasioni, ingegnoso, furbo, ma, nonostante tutto questo, il primo ad esser fatto fuori. Anzi, escludendo il personaggio sconosciuto all’inizio del film, è lui l’unico a morire a causa di una trappola tesa dalle stanze del cubo.
E, forse, proprio in questo fatto risiede un’atroce verità: non occorre tanto aver paura del cubo, quanto di se stessi, di come la propria psiche reagisce dinanzi agli eventi. Il cubo, in fondo, altro non è che la nostra stessa vita, dove l’uomo è catapultato come un estraneo, cerca col tempo di darle un piano razionale, ma rischia sempre di vedersi affossare per colpa del proprio simile, del suo egoismo, della sua innata natura di essere malvagio. Il cubo è solo la scenografia, il dramma è in noi stessi, nella nostra anima, i perché dell’esistenza sono dentro di noi, non invece sulle spoglie pareti del labirinto, né sulle fredde serie di numeri scritte sulle targhe dei portali.
E la vita, fra l’altro, molte volte è dominata dagli scherzi del destino che si fa beffe della ragione: spesso accade che è proprio il più incapace a salvarsi, mentre tutti gli altri periscono.
Così accade pure nel cubo, dove l’autistico Kazaan dapprima si scopre dotato di un’innata capacità nel calcolare quelle sterminate serie di numeri, poi è l’unico che riesce ad uscire fuori dal labirinto, in un finale emotivamente coinvolgente quanto tragico, con il vanaglorioso Quentin, ricolmo di rabbia, che uccide Levin, ferisce a morte Worth, ma che resta imprigionato anche lui nel cubo senza ottenere l’uscita, perché trattenuto per un braccio proprio da Worth, con le ultime sue forze.
Alla fine è la purezza e l’ingenuità di un Kazaan che prevale. Ed anche Worth si riscatta con un impeto di orgoglio sinora represso. Ma che sia Kazaan a salvarsi è ancor più atroce per l’uomo. Perché lo stupido? Perché non il forte, l’intelligente, il buono, il furbo o comunque un altro?La risposta non si saprà mai. Come non si saprà mai neanche dove Kazaan si stia lentamente avviando, travolto da un abbagliante fascio di luce, lungo un percorso che lo avvolge pian piano sino a farlo scomparire, lasciando dietro di sé l’oscurità ed il dolore della follia umana.
Levin, una ragazza timida ma dolcissima, studentessa d’ingegneria assai intelligente, dopo un primo momento di sconforto e terrore, comprende che la chiave risiede proprio in quelle serie di numeri, disposte all’imbocco di ciascuna stanza, in prossimità dell’ermetico portellone d’apertura, quasi a voler indicare se, all’interno della stanza successiva, vi sia o meno una trappola. Ma quel gioco matematico non è affatto semplice: occorre calcolare un’infinito articolarsi di combinazioni di numeri e, per un normale cervello umano, ciò è praticamente impossibile.
A dare subito conforto a Levin è Holloway, una donna sui quarant’anni, psicologa, dalla grande forza di volontà e di sinceri principi morali. Holloway sarà poi costretta a dare aiuto a Kazaan, un giovane autistico privo di difese, impotente più di tutti dinanzi alla silenziosa e gelida maestà del cubo (altra grande trovata del regista è quella di non inserire alcuna colonna sonora, se non un fastidioso e martellante commento acustico che fa da sottofondo alle angosciose battute dei personaggi).
Holloway, però, troverà presto la morte e non a causa di una trappola, ma per colpa di Quentin, che, dopo averla fatta sporgere dall’involucro del cubo, le lascia brutalmente la mano, facendola schiantare nel vuoto. Ed è proprio quel Quentin che all’inizio sembrava essere l’eroe designato, il salvatore della patria, lui che è un coraggioso e forte poliziotto. In realtà, quest’uomo si rivela essere un cinico egoista, spavaldo, sfrontato, squallido, ma forse ancor più debole dinanzi ai misteri irresolubili che gli pone il cubo. Egli è un uomo meschino, tronfio, portato a comandare su tutto e tutti, incapace di risolvere le situazioni senza l’uso indiscriminato della forza.
A fare da contrappeso all’ingombrante figura di Quentin è Worth, un uomo taciturno, scontroso, smagrito e privo di vitalità. Lui è un architetto e ben presto si scopre che gli era stato commissionato il progetto per la costruzione dell’involucro esterno del cubo. Per questo viene subito aggredito, quasi brutalizzato, ma alla fine sarà evidente che anche lui non è altro che vittima, come lo sono tutti gli altri. E Worth, pur inconsapevole artefice di una parte del terribile progetto, proprio non ha idea su come fuggire dal labirinto, non essendosi fatto domande quando lavorava sui disegni, né avendo cercato una spiegazione plausibile per quella strana costruzione. D’altronde, Worth è un uomo solo, un inetto che ha passato tutta la vita senza darle un valido significato, senza inseguire alcuna mèta, alcun ideale, alcun sogno. Perciò risulta essere un personaggio inutile, quasi un fagotto ingombrante per il resto del gruppo, probabilmente ancor più del povero handicappato Kazaan.
Ultimo della triste compagnia è “Scricciolo”, un detenuto abile nelle evasioni, ingegnoso, furbo, ma, nonostante tutto questo, il primo ad esser fatto fuori. Anzi, escludendo il personaggio sconosciuto all’inizio del film, è lui l’unico a morire a causa di una trappola tesa dalle stanze del cubo.
E, forse, proprio in questo fatto risiede un’atroce verità: non occorre tanto aver paura del cubo, quanto di se stessi, di come la propria psiche reagisce dinanzi agli eventi. Il cubo, in fondo, altro non è che la nostra stessa vita, dove l’uomo è catapultato come un estraneo, cerca col tempo di darle un piano razionale, ma rischia sempre di vedersi affossare per colpa del proprio simile, del suo egoismo, della sua innata natura di essere malvagio. Il cubo è solo la scenografia, il dramma è in noi stessi, nella nostra anima, i perché dell’esistenza sono dentro di noi, non invece sulle spoglie pareti del labirinto, né sulle fredde serie di numeri scritte sulle targhe dei portali.
E la vita, fra l’altro, molte volte è dominata dagli scherzi del destino che si fa beffe della ragione: spesso accade che è proprio il più incapace a salvarsi, mentre tutti gli altri periscono.
Così accade pure nel cubo, dove l’autistico Kazaan dapprima si scopre dotato di un’innata capacità nel calcolare quelle sterminate serie di numeri, poi è l’unico che riesce ad uscire fuori dal labirinto, in un finale emotivamente coinvolgente quanto tragico, con il vanaglorioso Quentin, ricolmo di rabbia, che uccide Levin, ferisce a morte Worth, ma che resta imprigionato anche lui nel cubo senza ottenere l’uscita, perché trattenuto per un braccio proprio da Worth, con le ultime sue forze.
Alla fine è la purezza e l’ingenuità di un Kazaan che prevale. Ed anche Worth si riscatta con un impeto di orgoglio sinora represso. Ma che sia Kazaan a salvarsi è ancor più atroce per l’uomo. Perché lo stupido? Perché non il forte, l’intelligente, il buono, il furbo o comunque un altro?La risposta non si saprà mai. Come non si saprà mai neanche dove Kazaan si stia lentamente avviando, travolto da un abbagliante fascio di luce, lungo un percorso che lo avvolge pian piano sino a farlo scomparire, lasciando dietro di sé l’oscurità ed il dolore della follia umana.
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